È bello leggere…
CAPITOLO ICOLPA DI LILLI
Quel giorno mia sorella Lilli mi aveva già scocciato abbastanza, sco­dinzolandomi dietro per tutta la ca­sa come un cagnolino. Mi aveva tal­lonato in sala, aggrappandosi a me mentre guardavo un film dell’orrore. Così mi era toccato spegnere, perché non c’è divertimento quando qual­cuno ti strilla nelle orecchie che ha paura, mentre l’eroe sta combatten­do contro i morti viventi. Poi mi ave­va seguito in taverna, dove da tempo immemorabile stavo lavorando a un puzzle di 1500 pezzi, e aveva preteso di darmi una mano. Io ero stato pronto a stopparla, prima che combinasse un disastro.
- Va’ via, - le avevo detto. - Aria, aria. Non è roba per te.
Era stato come parlare al muro. Quando ci si metteva, Lilli era più sorda di un sordo vero.
Allora avevo piantato il puzzle ed ero salito in camera mia per giocare con la Playstation, ma lei mi aveva se­guito anche lì. Si era piazzata dietro le mie spalle, più appiccicosa di una caramella mou. Col suo fiato sul col­lo non riuscivo ad ammazzare un nu­mero sufficiente di alieni e passare al livello due. Solo mia sorella Lilli po­teva rovinare cosi bene un pomerig­gio ideale. Un sabato, per la preci­sione. E questo perché papà e mam­ma me l’avevano rifilata in custodia, invece di portarsela dietro al centro commerciale. Comodo, star fuori a spassarsela a mie spese. Più ci pensa­vo e più mi veniva addosso un gran nervoso.
-Scollati, - le ho detto. - Fai qual­cosa d’altro. E fallo lontano da qui.
-Non vuoi giocare con me? - ha piagnucolato lei.
-Neanche per idea.
-Cattivo!

-Rompi!
-Glielo dico alla mamma, che mi hai chiamata rompi.
-E diglielo pure. Tanto lo sa anche lei che è la verità.
Lilli non sapeva più cosa risponde­re, adesso. Ero riuscito a metterla in difficoltà. Però, siccome era testarda, stava li a guardarmi. E ogni tanto metteva una mano sullo schermo del computer, per farmi sbagliare il tiro. Veramente odiosa.
Vattene a giocare con le tue bambole, - ho urlato, ormai al limite del­la sopportazione.
- Non so che gioco fare.
- E io che ne so, portale a fare la spesa.
Con la coda dell’occhio, ho visto che se ne andava mogia mogia verso la sua cameretta.
Olé! - ho esultato. Ma quella fe­licità è durata poco.



Per comprendere meglio


1. Perché Lilli stava andando a fare la spesa?

2. Tu cosa aggiungeresti alla frase “ E io che ne so, portale a fare la spesa” per rendere il significato più chiaro?

3. I genitori di Lilli e Diego sono al centro commerciale mentre i due bambini sono a casa. Secondo te perché hanno scelto di non portarli con loro?

4. Dopo i rimproveri dei genitori, Diego si sente come “un pallone che sta per scoppiare”. Perché?

5. Evidenzia nel testo questa parte.

6. Nonostante la forte rabbia Diego rimane in silenzio. Perché?

7. Che pensi del suo comportamento? Che cosa poteva fare di diverso?

8. Che cosa è un pomeriggio ideale?

9. Diego scaglia un sasso dentro un fosso. Che cosa può essere stato quel “lamento secco e terribile”? Scrivi un elenco di possibili spiegazioni.

10. Come continua la storia? Racconta.

IV - BIANCA TROPPO SILENZIOSA

Il giorno dopo sono andato a scuo­la, perché era lunedì. Ho svoltato l’angolo e dall’altra parte c’era la mia amica Bianca ad aspettarmi. Di solito lei chiacchiera parecchio, come tutte le femmine, ma quel mattino era ab­bastanza silenziosa. Lì per lì non ci ho fatto caso, anch’io non avevo mol­ta voglia di parlare con i guai che mi ero appena lasciato dietro le spalle. Camminavamo tenendoci per mano come al solito, tutti e due con la testa bassa, e sembravamo due innamora­ti tristi. Arrivati in fondo alla strada, le ho detto:

Non sei molto allegra, quest’oggi.

Eh, sapessi... Le sentivo una vo­ce inzuppata di lacrime.

Cosa ti è successo?

Non trovo più il mio gatto. Un bel siamese, si chiama Romeo. Chis­sà dove si è cacciato, quello stupido.

Devo essere diventato verde in fac­cia, perché lei mi ha chiesto:

Non è che sai qualcosa di brutto e non me lo vuoi dire?

Io non riuscivo proprio a rispon­dere, le sue parole scivolavano den­tro il mio orecchio e mi facevano ve­nire i crampi allo stomaco. Fra tutti i gatti del quartiere, proprio quello della mia amica del cuore dovevo an­dare a beccare. Mi sentivo annienta­to, distrutto. Il mondo mi roteava in­torno come la giostra dei seggiolini volanti.

Insomma, l’hai visto o no? ha insistito.

No, ho biascicato. Sentivo la lingua appiccicosa e un gusto amaro nella saliva.

Come facevo a dirle che il suo caro Romeo era morto? Avrei dovuto spiegare anche un bel po’ di altre cosette, e sarebbe venuta fuori tutta quella verità che avevo appena seppellito così accuratamente nel fosso e che adesso mi appariva inventata. Nemmeno Bianca mi avrebbe credu­to, nonostante fossimo tanto amici. Nessuno poteva credere a una mor­te così assurda, e lei ancora meno de­gli altri, perché il gatto era il suo gat­to e questo la rendeva più sospetto­sa, più svelta a giudicare.

Vedevo già il suo sguardo di con­danna, la bocca arricciata in una smorfia, la mano che mi scacciava con orrore. Via, via, in esilio da lei per sempre. Dove lo trovavo il modo giusto per non far succedere una co­sa simile? Non c’erano parole, non c’era niente. Potevo solo stare zitto e patire, portando sul cuore il peso della mia condanna.

Speriamo non sia finito sotto qualche automobile, ha detto Bian­ca, seguendo il filo dei suoi pensieri.

A quel punto lo stomaco mi si è ro­vesciato di nuovo, come mi era suc­cesso il sabato. Mi sono piegato su un tombino e ho rimesso la colazione.

Bianca si è subito preoccupata per me. Mi ha dato un fazzoletto di carta per asciugarmi la bocca, poi mi ha preso a braccetto per tenermi su.

Aspetta che ti riaccompagno in­dietro, ha detto. Non puoi anda­re a scuola in queste condizioni.

Io stavo ancora peggio, perché era troppo buona con me, l’assassino del suo gatto. Non me lo meritavo, tutto quell’affetto.

Così ho rimesso un altro paio di volte, prima di arrivare a casa e infi­larmi sotto le coperte.

Papà e mamma erano già al lavoro e Lilli alla scuola materna. Grazie al cielo, perché di parlare con loro non mi andava proprio.

Be’, ha detto Bianca dopo un po’, io scappo, che sono già in ri­tardo. Oggi pomeriggio passo a ve­dere come stai.

Più a terra di così non mi sarei po­tuto sentire. Avrei scavato una buca per rintanarmi sotto una spanna di fango, come fanno le bisce. Una par­te di me era contenta che adesso Bianca se ne andasse via: con la sua presenza premurosa non faceva che aumentare i miei sensi di colpa.

Dopo un po’ che era uscita mi sono addormentato, e così si sono spenti i pensieri che avevo in testa, più fasti­diosi di una luce puntata negli occhi.




V - LA PAROLA “GATTO”

Quando la mamma è tornata a ca­sa, ha subito pensato che avessi fatto il furbo. E questo perché il mese pri­ma mi ero inventato un mal di pan­cia un paio di volte (forse tre in tutto) per non andare a scuola a fare le pro­ve di verifica.

Sono stato male davvero, te lo giuro! ho protestato fra le lacrime.

Non piangevo per la sua mancanza di fiducia, figuriamoci. Ma lei ha pensato che fosse per quello.

Ecco cosa succede a raccontare le bugie, ha detto, senza scomporsi. Poi non si sa più quando dici la ve­rità.

Io pensavo al gatto e a Bianca, ai se­greti che tenevo tappati a ribollire dentro di me, e mi sono messo a pian­gere ancora più forte, perché avrei voluto buttarla fuori, quella verità spinosa, ma non ne avevo proprio il coraggio.

La mamma ha scosso la testa.

Basta con queste scene, Diego, ha proseguito, per niente impressio­nata. Guarda che io ti conosco an­che troppo bene.

A quel punto è suonato il campa­nello. Era Bianca, che mi portava i compiti e mi riscattava con la sua te­stimonianza. La mamma si è rabbo­nita, ed è andata in cucina a prepa­rarmi una camomilla.

Forse è colpa della brioche, che non era fresca, sentivo che borbot­tava. Anche a me è rimasta sullo stomaco tutta la mattina.

Intanto io ero lì solo con Bianca, però non vedevo l’ora che andasse via. I suoi meriti nei miei confronti continuavano ad aumentare e questo mi sprofondava in un abisso di ver­gogna. Tremavo all’idea che parlasse del gatto. «Dio, fa’ che non parli del gatto!» ripetevo dentro di me. Un po’ era una preghiera e un po’ una formula magica.

Ancora niente, sai, ha detto in­vece, con un sospiro. E quando è ar­rivata la mamma con la camomilla, ha chiesto: Per caso ha visto il mio gatto, signora?

Hai un gatto, Bianca? Non lo sa­pevo.

Un siamese. Si chiama Romeo.

Quando è scomparso?

Tre giorni fa.

Non ti preoccupare, vedrai che torna.

Sentivo lo stomaco che mi si rivol­tava di nuovo, ma ho tenuto duro. Non volevo che cominciassero a pen­sare che era la parola «gatto» a farmi stare male.

Poi Bianca è andata via.

Solo qualche giorno prima mi sarei inventato qualunque cosa perché re­stasse ancora, le avrei chiesto perfino di fare i compiti insieme. Mi piaceva stare con lei, era la bambina più sim­patica di tutta la classe. La più genti­le, la più carina. Infatti il mese prima le avevo chiesto se voleva fidanzarsi con me. E mi aveva detto di sì.

In quel momento mi sono reso conto che non potevo più essere suo amico, non potevo più prenderla per mano e guardarla negli occhi, non potevo più essere spontaneo con lei. Era solo questione di tempo: una set­timana, due, forse tre. Poi Bianca avrebbe capito che il gatto non sa­rebbe più tornato.

E io, con quali parole avrei potuto consolarla, senza dirle la verità? Sen­za sentirmi un miserabile verme della terra per il segreto che tenevo chiuso dentro?

Mi ero condannato da solo a starle lontano per sempre.

VII-VIII
Difficile da spiegare

Il gatto che era en­trato nel giardino del dottor Panelli mi aveva fatto venire un’idea. I sia­mesi sono tutti uguali, ho pensato. Se ne trovo uno, e poi gli metto un col­larino rosso e un campanello d’ar­gento, sono a posto: Bianca riavrà il suo gatto e io riavrò la sua amicizia. Tutti vivranno felici e contenti, meno il povero Romeo, perché alla morte non c’è rimedio.
Dopo la scuola, sono entrato nel negozio di animali che c’è in piazza grande. Avevano dei siamesi. Tre era­no nati da poco, e quindi li ho scartati. Il quarto era più o meno come Romeo, forse un po’ più ossuto, co­munque poteva andare.
Sono stato un bel po’ a guardarlo, poi ho chiesto alla commessa:
– Quanto costa quel gatto lì?
Mi ha sparato una cifra. Non ce li avevo tutti quei soldi nel mio borsel­lino. Neanche nel salvadanaio che tengo nascosto in cameretta. Chi si immaginava che un gatto potesse co­stare tanto? Persino più di una Play­station.
La commessa deve aver letto la di­sperazione sulla mia faccia.
– Prova dal veterinario, – ha detto. – Lì puoi trovare dei gatti gratis.
Sono andato dal veterinario, che sta dall’altra parte del paese. C’era un sacco di gente dentro lo studio. Mi sono seduto ad aspettare. Più di un’ora e mezza ho aspettato. Per poi sentirmi dire dal veteri­nario che non aveva nessun siamese.
«Ecco come buttar via un pome­riggio» pensavo, piuttosto di malu­more.
Al ritorno, ho fatto il giro largo per non passare davanti alla casa di Bianca. Non volevo incontrarla, mi sentivo troppo abbattuto. Nel giar­dino del dottor Panelli ho visto di nuovo quel gatto siamese. Così, senza pensarci due volte, l’ho chia­mato: – Micio...
Il gatto si è voltato a guardarmi.
Anch’io lo guardavo e stavo fermo, cercando di non spaventarlo. – Vieni qui, micetto... micioooo... – ho detto.
Quando mi è stato abbastanza vicino, l’ho afferrato per portarmelo via. Con un collarino ros­so e un campanello d’argento sarebbe diventato il nuovo Romeo.
L’animale però non era d’accordo con il mio bel progetto. Si divincola­va, si contorceva, graffiava, miagola­va: era una furia scatenata. A un cer­to punto non ce l’ho fatta più a tener­lo ed è scappato via a zampe levate. Addio gatto.
No, arrivederci. Mi è ve­nuto in mente subito cosa fare. Avrei pro­vato ad attirarlo con una fetta di pro­sciutto, e al momento giusto l’avrei chiuso dentro lo zaino. L’avrei portato da Bian­ca, trasformandomi da vile assassino in mitico ritrovatore di gatti sperduti.
Poteva funzionare. E nonostante tutto cominciavo ad essere ottimista. Perché ancora non sapevo cosa mi aspettava a casa.
Mia madre era furibonda. – È questa l’ora di tornare? Si può sapere dove sei stato? Perché non mi hai avvisata?
– Ho aiutato Bianca a cercare il suo siamese, – ho detto per difendermi.
Lilli scendeva le scale in quel mo­mento, e ha capito quello che non mi aspettavo che capisse.
– Cattivo, non dovevi dirlo! – ha ur­lato tra i singhiozzi. – Adesso il gatto morto non ci va più in paradiso...
E quello è stato il principio della fine.
Un po’ per volta, è venuta fuori tut­ta la faccenda. Mia madre non voleva credere che avessi centrato il gatto per puro caso. Proprio come avevo previsto.
– L’hai fatto apposta, ammettilo, – strillava con la sua voce isterica. – Sei un incosciente, Diego, un ir­responsabile. Pensa se invece di un gatto colpivi un bambino. Tua sorel­la, per esempio.
Io mi sono messo a singhiozzare ancora più forte, ma lei non ci ha fatto caso.
– E perché non l’hai detto subito?
Questo era difficile da spiegare.
– Ho avuto paura che ti arrabbias­si, – ho mormorato. Era la risposta che lei voleva sentire per darmi subi­to un’altra lezioncina.
– È delle bugie che bisogna aver paura, caro mio. Non della verità.
A questo non ho risposto, perché non ero d’accordo. Anche confes­sandole tutto fin dal principio, lei avrebbe trovato il modo di sgridarmi lo stesso. E lei ha approfittato di quella pausa per chie­dere a Lilli:
– E tu, perché sei stata zitta?
– Perché se no il gatto andava all’inferno...– ha singhiozzato lei, agi­tatissima.
external image placeholder?w=204&h=300Mia madre non ci ha visto più dal nervoso e mi ha mollato uno schiaf­fone.
È andata avanti un bel po’ a but­tarmi addosso parole come sassi. Anche se i segni non si vedevano, mi facevano male. Molto più male dello schiaffone, che in fondo non era stato tanto forte.
Quando si è un po’ calmata, mi ha detto ancora:
– E quel che è peggio, hai inganna­to Bianca, che è tua amica e si fida di te. Ti rendi conto?
– Non sapevo che fosse il suo gatto.
Almeno al principio, questo era ve­ro. Ma mentre lo dicevo, mi rendevo conto che ormai quella verità non va­leva più niente. Era stata trasforma­ta in spazzatura da quello che avevo fatto dopo.
Mia madre mi ha guardato con di­sprezzo. – Lo sai cosa devi fare ades­so, non è vero? Adesso vai a casa di Bianca e le racconti tutto. Era una cosa che dovevi fare subito, caro mio, invece di girarci tanto intorno.
Le sue parole mi facevano male. Perché lei mi giudicava dal di fuori, e non sapeva niente di quello che avevo patito dentro. Se avevo te­nuto nascosta la verità a Bianca, non era stato per vigliaccheria. Era stato solo per non farla soffrire, perché era amica mia e le volevo bene.
Lo capivo benissimo che avevo sbagliato fin dal principio. Ma bisogna finirci, dentro una faccenda cosi complicata, per rendersi conto di co­sa si prova. Non riuscivo a trovare le parole per spiegarlo come si deve, era troppo difficile.
– Vai, e subito! – ha detto la mam­ma, con un tono di voce che non fa sconti.
Sono uscito di casa e mi sono av­viato verso il mio destino.
Romeo, – ho mormorato, lan­ciando un ultimo sguardo verso il fosso, – almeno tu puoi testimoniare che è stata veramente una disgrazia.
Uno su un milione che riuscissi a convincere Bianca